Intervista a Giulia Crippa, autrice del romanzo “Un mondo che odia gli uomini”.
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23/02/2026 | Bookpress
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Giulia Crippa è nata a Bologna nel 1995 e vive a Milano, dove ha studiato Comunicazione all'Università IULM. Ha lavorato in diversi ambiti, tra marketing, relazioni pubbliche ed eventi, e ha sempre coltivato la passione per la scrittura, approfondita attraverso corsi di giornalismo e sceneggiatura. Pubblica nel 2025 per bookabook il romanzo distopico “Un mondo che odia gli uomini”.
«Ci presenti il tuo romanzo d'esordio Un mondo che odia gli uomini? Da dove nasce l'idea di questo libro?»
Un mondo che odia gli uomini è una distopia ambientata in un futuro molto vicino al nostro, in cui il governo, per porre fine a un'epidemia di femminicidi, introduce un decreto estremo: ogni donna ha diritto a un O.M.A., un Omicidio Mensile Acconsentito, in caso di pericolo fisico o psicologico. La protagonista è Red, una giovane donna intorno ai trent'anni, che il lettore segue nella sua quotidianità - lavoro, relazioni, amicizie - dentro una società che si è già adattata a questa norma. Gli O.M.A. non sono un colpo di scena, ma parte del contesto. È un romanzo provocatorio e volutamente disturbante: non celebra la violenza, ma la usa come lente d'ingrandimento per creare uno spazio narrativo in cui guardare da un'altra prospettiva.
L'idea nasce dall'osservazione di ciò che accade intorno a noi: notizie che si susseguono, indignazioni che durano pochi giorni, discussioni che si accendono e poi si spengono. Essere parte del nostro tempo significa anche interrogarsi sul proprio ruolo dentro questo racconto collettivo: viviamo in una società che ha inglobato l'anomalia nella sua struttura più profonda? La chiamiamo emergenza, ma è una costante. Da qui nasce il romanzo.
«Da quale urgenza emotiva o intellettuale si è originata l'idea? Ricordi il momento preciso in cui hai capito che sarebbe diventato un romanzo?»
L'urgenza emotiva è nata dalla frustrazione e dall'impotenza davanti al ripetersi di casi di femminicidio, violenza e discriminazione: storie diverse ma dinamiche spesso simili, e la sensazione che qualcosa di strutturale venga trattato ogni volta come episodico. L'urgenza intellettuale, invece, è partita da una domanda: perché di fronte a fatti così evidenti si apre sempre una battaglia di interpretazioni? Un momento decisivo è stato leggere i commenti online sotto alcune notizie di femminicidio. Mi ha colpito il bisogno di giustificare, di trasformare un omicidio in una discussione tra fazioni. Un essere umano ha ucciso un altro essere umano in modo ingiustificabile, eppure il dibattito spesso prende un'altra direzione. Da lì ho iniziato a interrogarmi sul tema dell'empatia e sul divario che si crea quando si parla di violenza contro le donne. Mi sono chiesta come avvicinare anche le posizioni più distanti, come superare quel meccanismo del “non mi riguarda” o del “io non lo farei mai”, che finisce per giustificare l'inazione. Scrivo da sempre, ma questa è la prima storia per cui ho sentito la necessità di darle forma, con la speranza di aprire un dialogo più ampio.
«Nel romanzo delinei un mondo capovolto: cosa ti interessava esplorare attraverso questo ribaltamento dei rapporti di potere?»
Nel romanzo la violenza è normata, regolata da un decreto. È un elemento fondamentale, perché rende esplicito qualcosa che nella nostra realtà è meno visibile, ma altrettanto radicato. Oggi la violenza non è legalizzata, ovviamente, ma è diventata così ricorrente da sembrare parte della quotidianità. Mi interessava capire cosa succede quando si sposta l'asse del potere e del privilegio - e “spostare” è la parola chiave, non parlo di parità. Quando chi è stato storicamente vittima si trova nella posizione opposta, e viceversa. Attenzione: non per dire che a ruoli invertiti sarebbe lo stesso, ma per mettere alla prova le nostre reazioni. Volevo esplorare anche un altro aspetto: la tendenza a risolvere un problema profondo con una soluzione punitiva. Il decreto O.M.A. è una risposta estrema che non interviene sulle cause. È un cerotto su una ferita che nasce molto più in profondità e non elimina ciò che l'ha generata. La domanda che attraversa il romanzo non è chi debba “avere il potere”, ma quale sia la strada davvero efficace per superare violenza e disparità.
«Red è una giovane donna complessa e ambivalente: come è nato questo personaggio?»
Red nasce da una mescolanza di vissuti, confronti con amiche e amici e osservazioni generazionali. Volevo creare un personaggio comune, riconoscibile, con cui il lettore potesse empatizzare. È ambivalente perché, pur muovendosi fin da subito dentro un contesto violento, resta una figura apparentemente “normale”. Non è costruita come un mostro, né come un'eccezione. Mi interessava proprio questo cortocircuito: una “brava ragazza”, che compie gesti “inaspettati”. Red non sono io, ma porta con sé domande che mi appartengono: sul consenso, sul senso di colpa, su cosa significhi oggi essere una donna - e anche un uomo - in questa società. Scrivendola mi sono confrontata con esperienze personali, fragilità e consapevolezze. In un certo senso è stato come dialogare con la me del passato.
«Qual è stata la sfida più grande nel trattare il confine tra autodifesa e abuso di potere?»
La parte più difficile sono state le sfumature, le zone grigie. Paradossalmente, descrivere l'omicidio in sé è stato meno complicato: è un gesto estremo, netto. Più complesso è stato raccontare le dinamiche interiori, i pensieri, le giustificazioni, quei piccoli slittamenti. È stato delicato farlo attraverso una donna, dando voce a pulsioni che culturalmente non associamo a figure come questa: il desiderio di prevalere fisicamente, di imporsi anche contro la volontà dell'altro, di esercitare controllo. Restare in quella zona senza trasformare il personaggio in una caricatura, ma cercando di renderlo il più reale possibile, è stato l'equilibrio più difficile da trovare - e non so ancora se ci sono riuscita. Perché in realtà, il confine tra autodifesa e abuso, non è il punto di arrivo, ma un passaggio necessario per arrivare a una riflessione più profonda. Il decreto O.M.A. serve a mostrare quanto sia fragile un sistema che prova a correggere uno squilibrio affidandosi esclusivamente a risposte punitive, invece di intervenire sulle cause.
«La società contemporanea ha sviluppato un'assuefazione alla violenza? Come si può contrastarla?»
Sì, credo che una forma di assuefazione ci sia. Viviamo in un flusso continuo di notizie e alcune dinamiche, per quanto gravi, rischiano di diventare familiari. Questo non significa che non ci tocchino, ma che fanno sempre meno rumore. Nel romanzo il disagio è voluto: mettere una donna nel ruolo della sopraffazione crea uno scarto e rompe l'abitudine. La risposta, in teoria, è semplice ma nella pratica complessa. Se il problema è culturale, serve lavorare sulle radici: educazione alle relazioni, gestione delle emozioni, capacità di affrontare un conflitto o un rifiuto, e riconoscere i campanelli d'allarme. Accanto a questo, contano anche azioni quotidiane: far notare un comportamento sbagliato, esprimere il proprio disagio, fermare una battuta inappropriata. Non sono gesti eclatanti, ma contribuiscono nel tempo a spostare la cultura. È un percorso che riguarda tutti, uomini e donne, chi educa e chi cresce, famiglie e istituzioni. Il libro prova a inserirsi in questo spazio di riflessione.
«Hai scelto la distopia: quali autori ti hanno influenzata?»
Prima è arrivata la storia, poi il genere, che si è rivelato funzionale a ciò che volevo esplorare. La definirei un “realismo distopico” perché immagina un sistema costruito su condizioni oppressive e degradate, tipiche della distopia, ma che affondano le radici in dinamiche già presenti nella nostra società.
Per affinità tematica, Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood è stato un riferimento importante.
A livello stilistico, amo molto la scrittura di Gianrico Carofiglio per la complessità morale dei suoi personaggi, e Almost Blue di Carlo Lucarelli mi ha colpita per l'uso della musica come elemento strutturale. Anche nel mio romanzo la musica non è un semplice sottofondo, ma parte integrante della storia.
Contatti
IG: https://www.instagram.com/giulia.crippa/
https://bookabook.it/libro/un-mondo-che-odia-gli-uomini/
https://www.amazon.it/mondo-che-odia-gli-uomini/dp/B0FWNJ6KB8
«Ci presenti il tuo romanzo d'esordio Un mondo che odia gli uomini? Da dove nasce l'idea di questo libro?»
Un mondo che odia gli uomini è una distopia ambientata in un futuro molto vicino al nostro, in cui il governo, per porre fine a un'epidemia di femminicidi, introduce un decreto estremo: ogni donna ha diritto a un O.M.A., un Omicidio Mensile Acconsentito, in caso di pericolo fisico o psicologico. La protagonista è Red, una giovane donna intorno ai trent'anni, che il lettore segue nella sua quotidianità - lavoro, relazioni, amicizie - dentro una società che si è già adattata a questa norma. Gli O.M.A. non sono un colpo di scena, ma parte del contesto. È un romanzo provocatorio e volutamente disturbante: non celebra la violenza, ma la usa come lente d'ingrandimento per creare uno spazio narrativo in cui guardare da un'altra prospettiva.
L'idea nasce dall'osservazione di ciò che accade intorno a noi: notizie che si susseguono, indignazioni che durano pochi giorni, discussioni che si accendono e poi si spengono. Essere parte del nostro tempo significa anche interrogarsi sul proprio ruolo dentro questo racconto collettivo: viviamo in una società che ha inglobato l'anomalia nella sua struttura più profonda? La chiamiamo emergenza, ma è una costante. Da qui nasce il romanzo.
«Da quale urgenza emotiva o intellettuale si è originata l'idea? Ricordi il momento preciso in cui hai capito che sarebbe diventato un romanzo?»
L'urgenza emotiva è nata dalla frustrazione e dall'impotenza davanti al ripetersi di casi di femminicidio, violenza e discriminazione: storie diverse ma dinamiche spesso simili, e la sensazione che qualcosa di strutturale venga trattato ogni volta come episodico. L'urgenza intellettuale, invece, è partita da una domanda: perché di fronte a fatti così evidenti si apre sempre una battaglia di interpretazioni? Un momento decisivo è stato leggere i commenti online sotto alcune notizie di femminicidio. Mi ha colpito il bisogno di giustificare, di trasformare un omicidio in una discussione tra fazioni. Un essere umano ha ucciso un altro essere umano in modo ingiustificabile, eppure il dibattito spesso prende un'altra direzione. Da lì ho iniziato a interrogarmi sul tema dell'empatia e sul divario che si crea quando si parla di violenza contro le donne. Mi sono chiesta come avvicinare anche le posizioni più distanti, come superare quel meccanismo del “non mi riguarda” o del “io non lo farei mai”, che finisce per giustificare l'inazione. Scrivo da sempre, ma questa è la prima storia per cui ho sentito la necessità di darle forma, con la speranza di aprire un dialogo più ampio.
«Nel romanzo delinei un mondo capovolto: cosa ti interessava esplorare attraverso questo ribaltamento dei rapporti di potere?»
Nel romanzo la violenza è normata, regolata da un decreto. È un elemento fondamentale, perché rende esplicito qualcosa che nella nostra realtà è meno visibile, ma altrettanto radicato. Oggi la violenza non è legalizzata, ovviamente, ma è diventata così ricorrente da sembrare parte della quotidianità. Mi interessava capire cosa succede quando si sposta l'asse del potere e del privilegio - e “spostare” è la parola chiave, non parlo di parità. Quando chi è stato storicamente vittima si trova nella posizione opposta, e viceversa. Attenzione: non per dire che a ruoli invertiti sarebbe lo stesso, ma per mettere alla prova le nostre reazioni. Volevo esplorare anche un altro aspetto: la tendenza a risolvere un problema profondo con una soluzione punitiva. Il decreto O.M.A. è una risposta estrema che non interviene sulle cause. È un cerotto su una ferita che nasce molto più in profondità e non elimina ciò che l'ha generata. La domanda che attraversa il romanzo non è chi debba “avere il potere”, ma quale sia la strada davvero efficace per superare violenza e disparità.
«Red è una giovane donna complessa e ambivalente: come è nato questo personaggio?»
Red nasce da una mescolanza di vissuti, confronti con amiche e amici e osservazioni generazionali. Volevo creare un personaggio comune, riconoscibile, con cui il lettore potesse empatizzare. È ambivalente perché, pur muovendosi fin da subito dentro un contesto violento, resta una figura apparentemente “normale”. Non è costruita come un mostro, né come un'eccezione. Mi interessava proprio questo cortocircuito: una “brava ragazza”, che compie gesti “inaspettati”. Red non sono io, ma porta con sé domande che mi appartengono: sul consenso, sul senso di colpa, su cosa significhi oggi essere una donna - e anche un uomo - in questa società. Scrivendola mi sono confrontata con esperienze personali, fragilità e consapevolezze. In un certo senso è stato come dialogare con la me del passato.
«Qual è stata la sfida più grande nel trattare il confine tra autodifesa e abuso di potere?»
La parte più difficile sono state le sfumature, le zone grigie. Paradossalmente, descrivere l'omicidio in sé è stato meno complicato: è un gesto estremo, netto. Più complesso è stato raccontare le dinamiche interiori, i pensieri, le giustificazioni, quei piccoli slittamenti. È stato delicato farlo attraverso una donna, dando voce a pulsioni che culturalmente non associamo a figure come questa: il desiderio di prevalere fisicamente, di imporsi anche contro la volontà dell'altro, di esercitare controllo. Restare in quella zona senza trasformare il personaggio in una caricatura, ma cercando di renderlo il più reale possibile, è stato l'equilibrio più difficile da trovare - e non so ancora se ci sono riuscita. Perché in realtà, il confine tra autodifesa e abuso, non è il punto di arrivo, ma un passaggio necessario per arrivare a una riflessione più profonda. Il decreto O.M.A. serve a mostrare quanto sia fragile un sistema che prova a correggere uno squilibrio affidandosi esclusivamente a risposte punitive, invece di intervenire sulle cause.
«La società contemporanea ha sviluppato un'assuefazione alla violenza? Come si può contrastarla?»
Sì, credo che una forma di assuefazione ci sia. Viviamo in un flusso continuo di notizie e alcune dinamiche, per quanto gravi, rischiano di diventare familiari. Questo non significa che non ci tocchino, ma che fanno sempre meno rumore. Nel romanzo il disagio è voluto: mettere una donna nel ruolo della sopraffazione crea uno scarto e rompe l'abitudine. La risposta, in teoria, è semplice ma nella pratica complessa. Se il problema è culturale, serve lavorare sulle radici: educazione alle relazioni, gestione delle emozioni, capacità di affrontare un conflitto o un rifiuto, e riconoscere i campanelli d'allarme. Accanto a questo, contano anche azioni quotidiane: far notare un comportamento sbagliato, esprimere il proprio disagio, fermare una battuta inappropriata. Non sono gesti eclatanti, ma contribuiscono nel tempo a spostare la cultura. È un percorso che riguarda tutti, uomini e donne, chi educa e chi cresce, famiglie e istituzioni. Il libro prova a inserirsi in questo spazio di riflessione.
«Hai scelto la distopia: quali autori ti hanno influenzata?»
Prima è arrivata la storia, poi il genere, che si è rivelato funzionale a ciò che volevo esplorare. La definirei un “realismo distopico” perché immagina un sistema costruito su condizioni oppressive e degradate, tipiche della distopia, ma che affondano le radici in dinamiche già presenti nella nostra società.
Per affinità tematica, Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood è stato un riferimento importante.
A livello stilistico, amo molto la scrittura di Gianrico Carofiglio per la complessità morale dei suoi personaggi, e Almost Blue di Carlo Lucarelli mi ha colpita per l'uso della musica come elemento strutturale. Anche nel mio romanzo la musica non è un semplice sottofondo, ma parte integrante della storia.
Contatti
IG: https://www.instagram.com/giulia.crippa/
https://bookabook.it/libro/un-mondo-che-odia-gli-uomini/
https://www.amazon.it/mondo-che-odia-gli-uomini/dp/B0FWNJ6KB8
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